
Il
progetto di fusione tra San Paolo Imi e Banca Intesa, messo
a punto dai due Consigli di Amministrazione ed in attesa del
placet delle rispettive assemblee degli azionisti, che sono
stati informati a cose fatte (giustamente Callieri,
vice-presidente dell’azionista Comnpagnia di San Paolo, ha
infatti annotato “non si è mai visto che i manager si
scelgano tra loro”), è al centro di appassionate analisi,
resa difficile dagli immediati peana che stampa-politica-economia hanno sollevato intorno ad
un’operazione che è frutto dell’anomalia del sistema
bancario italiano, in cui i pochi azionisti che hanno
investito denaro vero si trovano a subire la gestione di un
management con precisi referenti politici (Prodi ha subito
dichiarato: “è una fusione sana, sono contentissimo”) ed
attento a mantenere ben stretto il bastone del comando.
Una
situazione che ha consentito ad Enrico Salza, in
un’intervista pubblicata da La Repubblica lo scorso 26
gennaio (“Troppa supponenza dei vertici Fiat”), di invitare
quelli della FIAT a smetterla “di atteggiarsi a principi del
Rinascimento……sono sempre stato convinto che Torino sia una
città con troppi sudditi e pochi cittadini………non siamo
un’opera pia e fortunatamente le banche non sono più aziende
pubbliche…” dimenticandosi però che si trova “banchiere”
dopo essere stato messo lì, per parafrasare il suo pensiero,
“fortunatamente (per lui) quando le banche erano ancora
aziende pubbliche”.
Alla fine, chi ci guadagna? Senza dubbio
i manager (che mantengono emolumenti sontuosi, anche da
milioni di euro) che si sono inventati un organo di gestione
ed uno di controllo, in modo che tutti –sia quelli del San
Paolo che quelli di Intesa- abbiano una buona e redditizia
poltrona.
Però –affermano Iozzo e Salza, che tentano ora ciò
che non era loro riuscito con Dexia- la fusione privilegia
Torino che infatti mantiene la sede legale e vedrà costruire
il grattacielo direzionale (anzi forse due, dice –a La
Stampa- Iozzo: …. ma perché non tre?). Però a Torino
ricordiamo bene la vicenda della Cassa di Risparmio, delle
garanzie che erano state date e dell’esito infausto per la
città, la regione ed i dipendenti; soprattutto
l’Amministratore Delegato dopo la fusione sarà Passera di
Banca Intesa ed a Milano traslocherà tutto il Corporate, con
buona pace degli imprenditori piemontesi: chi vuol
leggere sa quindi molto bene chi ci guadagna e chi
comanderà.
L’operazione in sé è
positiva, anche se rappresenta –con buona pace dell’era
Draghi- l’attuazione del progetto di Fazio di rinforzo
del sistema bancario dal di dentro, tenendo fuori gli
stranieri, ma paga lo scotto di dover soddisfare insieme
troppi interessi con disattenzione per il progetto
industriale che, quando sarà realmente a regime, rischia
di essere un bagno di sangue per Torino e per il
Piemonte.
Presentando il progetto di fusione si è infatti
preventivato un utile di 7 milardi di euro nei prossimi tre
anni, in parte attraverso quelle che in buon italiano si
dicono sinergie, meglio conosciute –dai dipendenti e dai
clienti che ricevono servizi sempre più scadenti- come
tagli: si parla di 15.000 esuberi e almeno 360 sportelli da
chiudere ed è facilmente intuibile dove taglierà Passera,
anche se ha fatto contenta la Bresso assicurandola che “Torino
non sarà mai cancellata da Milano”…Lecito domandarsi
se si riferisse alla carta geografica.
Stranamente, mentre a
Torino i manager del San Paolo e La Stampa fanno di
tutto per convincere i torinesi che “la superbanca è
sbilanciata su Torino”, nulla di speculare capita a
Milano dove nessuno si lamenta dell’eccesso di peso di
Torino, forse perché hanno la bilancia in mano. In
effetti già il concambio di 3,115 azioni Intesa per ogni
azione San Paolo, frutto di una complicatissima
valutazione industriale sintetizzata nella divisione del
valore dell’azione San Paolo per quello dell’azione
Intesa, lascia perplessi e molti soci del San Paolo
lamentano una sottovalutazione della loro banca: è da
vedere cosa deciderà la Compagnia di San Paolo, che si
affiderà ad un advisor e non abbiamo dubbi che questi
sia attrezzato per fare la stessa divisioncina fatta
dagli advisor delle due banche (Citigroup e Merril Lynch).
Certo è che l’Avvocato Franzo Grande Stevens, Presidente
della Compagnia di San Paolo, si è distinto per
prudenza, anzi per assoluto mutismo sull’argomento. Va
però detto che Salza e Iozzo hanno una grande capacità
di influenza, se si pensa che il San Paolo ha affidato
incarichi di consulenza nello scorso esercizio per oltre
150 milioni di euro, più recentemente anche per
l’affaire Eurizon, mentre anche Modiano –pur in origine
contrario all’operazione- ora non può che supportarla ed
in tal senso ha istruito il top-management, magari
corroborando il tutto con adeguate garanzie per le loro
posizioni.
QUINDI:
Un consiglio ai politici piemontesi:
non fate la figura di ingenui e poco attrezzati che
hanno fatto i vostri predecessori con l’operazione CRT,
puntate i piedi ed ottenete GARANZIE SERIE sul rispetto
degli interessi di Torino e del Piemonte, trascurate per
un attimo le esigenza di vetrina e guardate la sostanza
degli interessi dei vostri elettori, non solo
nell’immediato ma nella futura prospettiva di sviluppo
del territorio.
Un consiglio agli amministratori della
Compagnia: ricordatevi che rappresentate una realtà
frutto del contributo secolare di torinesi e piemontesi,
non disperdetene quindi il patrimonio, ricordate che i
matrimoni funzionano se fatti con pari dignità,
considerate i rischi di valorizzazione nel passare da
una posizione di maggioranza ad una di minoranza, non
dimenticate che negli ultimi dodici mesi il titolo San
Paolo si è apprezzato del 40% contro il 25% del titolo
Banca Intesa a conferma della migliore salute che il
mercato ha riconosciuto all’Istituto torinese, date
quindi un mandato preciso al C.d.A. affinchè la fusione
sia condizionata ad un concambio serio ed a precisi
patti sulla governance, sull’occupazione e sulla
permanenza a Torino di settori strategici, patti scritti
e definitivi.