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N.1 – “Mani Pulite” dieci anni dopo

N.1 – “Mani Pulite” dieci anni dopo

Il decimo anniversario dell’inizio di “MANI PULITE” è stato l’occasione di diversi commenti, naturalmente con conclusioni molte diverse. Ci sembra però che ogni serio approfondimento, che voglia distaccarsi da toni enfatici e meramente strumentali, debba partire dal rilievo che il vero problema resta quello della legalità, che nel nostro Paese non è stato affrontato, con l’ulteriore considerazione che il problema “GIUSTIZIA” non è appannaggio esclusivo di nessuna parte politica, ma tocca tutti coloro che hanno a cuore il bene comune e che sono presenti in ogni area culturale e politica.

In particolare, se non è corretta la posizioni di chi vede in “MANI PULITE” la macchinazione di una parte politica contro l’altra, è altrettanto errata la posizione di chi vorrebbe affidare alla Magistratura un ruolo – questo si che sarebbe pura illegalità, eversione – diverso da quello che la Costituzione prevede: il Magistrato non può ricercare un “suo ordine” ma deve correttamente applicare la Legge, senza interpretazioni che ne stravolgano il senso voluto dal potere legislativo, cioè dal Parlamento. Evitiamo quindi enfasi ingiustificate intorno a “MANI PULITE”, ringraziando i Magistrati del lavoro fatto, ma chiedendoci anche perché non lo hanno fatto prima visto che il sistema di corruzione era cosa ben nota. Ad alcuni degli entusiasti del PALAVOBIS suggeriamo di porre un problema politico definitivo ad Occhetto, D’Alema, Veltroni e Fassino: vadano dai Magistrati del Pool di Milano e spontaneamente – posto che l’evidenza del coinvolgimento del PCI-DS nella corruzione non può essere coperta dal rilievo che “non era possibile torturare Greganti per farlo parlare”- dicano ciò che hanno da dire, anche in merito ai finanziamenti dall’ex URSS. Fin quando ciò non avverrà, tutta l’enfasi su “MANI PULITE” suonerà strumentale e non si sarà colta l’occasione per una profonda autocritica, restando solo il progetto – pericoloso per la stessa libertà della Magistratura – di utilizzare le inchieste per meri fini politici, senza porre sul tappeto il problema vero, quello di una abitudine alla illegalità che rende l’Italia sempre più invivibile.

Tutti siamo preoccupati per la Giustizia (e chi non ne è se ha davvero a cuore le sorti dell’Italia?), ma ricordiamo che l’82% dei reati rimangono impuniti, che i processi civili durano tempi biblici e che le uniche inchieste penali che vanno a buon fine sono quelle di STRISCIA LA NOTIZIA: anche questi sono problemi del nostro Paese, sui quali qualche domanda andrebbe posta alla Magistratura. Altrimenti si finisce come quei docenti universitari (qualche decina, peraltro, rispetto alle diverse centinaia impegnate nell’Ateneo torinese) che capeggiati da Gianni Vattimo e Nicola Tranfaglia hanno marciato il 14 scorso per “difendere lo stato di diritto così come l’abbiamo conosciuto in 50 anni di costituzione repubblicana” (Chiarloni), spingendo tanti a chiedersi se le preoccupazioni per lo stato della democrazia possono essere sollevate da chi nulla mai ha fatto quando negli atenei scorrazzavano le squadre che a suon di sprangate imponevano l’ordine marxista-leninista. Non si può difendere la legalità e contemporaneamente ammiccare alla violenza di piazza (vedi G8 e le ultime imprese degli squatters torinesi), senza dimostrare quel rispetto e quel riconoscimento dell’avversario che sono la base di una vera democrazia, a meno che non si continui ad avere come modello la DDR o la Repubblica Democratica Bulgara. Ci sembra quindi che una pacata riflessione sulla legalità nel nostro Paese non sia ancora iniziata, perché è troppo diffusa l’abitudine, stigmatizzata da Indro Montanelli, ai “lacci e lacciuoli” che si pretendono larghi per gli amici e stretti per gli avversari, così come c’è una certa condiscendenza per iniziative scomposte e strumentali – come quella di cercare un giustizialismo populista pericoloso per la democrazia – che fanno perdere credibilità alla politica.

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