I.P.S.E.G. | Istituto Piemontese di Studi Economici e Giuridici
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N.3 – New York – un anno dopo

N.3 – New York – un anno dopo

Un anno fa ci siamo sentiti tutti americani: dimenticato quel senso di superiorità che da sempre caratterizza gli europei nei confronti dei cugini d’oltre oceano, restava solo la solidarietà davanti all’immane tragedia delle Twin Towers e lo stupore per l’attacco micidiale portato nel cuore della capitale imperiale, fino a quel momento creduto impossibile. Dopo lo sbigottimento, ci furono gli interrogativi sull’ISLAM, poi la guerra in Afghanistan, l’incancrenirsi dello scontro israelo-palestinese ed ora i dubbi su un eventuale attacco all’Iraq ed il grande dibattito intorno alla Conferenza di Johannesburg.

Se ripercorriamo questi dodici mesi vediamo come si sia svolta una sorta di gigantesca seduta psicanalitica di rimozione, passando dalla iniziale solidarietà totale ai distinguo. Vorremmo ricordare che gli attentati a New York ed al Pentagono vennero dopo la conferenza di Durban e dopo il G8 a Genova, occasioni nelle quali tutto l’Occidente e gli Stati Uniti in particolare furono messi sul banco degli imputati, anzi dei già condannati, tanto che in alcuni ambienti i fatti dello scorso settembre furono visti come l’azione di Davide contro Golia.

Se, però, è giusto considerare che il capitalismo WASP (White Anglosaxon Protestant), con i relativi modelli sociali radicati negli Stati Uniti, non necessariamente debba essere applicato dall’Europa, che invece deve elaborare una formula alternativa che sappia tenere presenti i valori della persona e della comunità, così come è sacrosanto che l’Europa elabori una sua autonoma politica -anche militare- nelle aree “calde”, permangono palesi contraddizioni nel fronte antiamericano, che rischiano di impedire la crescita di un’Europa alternativa, non certo conflittuale, rispetto agli Stati Uniti. Se l’alternativa rimane infatti antiamericana in quanto condizionata ideologicamente da una pregiudiziale anticapitalistica, rischia per la sua sterilità ed inconcludenza di favorire la sofisticata capacità di penetrazione del capitalismo nordamericano.

NO GLOBAL? E’ la posizione propria di chi definendosi “antiglobal” non ha ancora definitivamente abbandonato i miti del comunismo internazionalista – che ha rappresentato l’unico vero tentativo di globalizzazione forzata – e di chi non vede che molti limiti allo sviluppo del Terzo e Quarto Mondo sono provocati dai poteri locali spesso rappresentati da uomini ed élites ciechi davanti alle esigenze di pace e di sviluppo dei loro popoli (Gheddafi che compra un po’ di Juventus per far giocare uno dei suoi figli, mentre l’altro fa il vitellone in Costa Smeralda tra auto di lusso, gorilla e gentili accompagnatrici; principi Sauditi che con le loro spese pazze salvano l’estate di Marbella; Mugabe che perseguita i coloni bianchi in Zimbabwe buttando nel caos economico il suo paese).

Altre contraddizioni ci sono tra chi si oppone agli OGM, per poi essere a favore di ogni manipolazione genetica sull’uomo, tra chi lamenta una visione economicizzata della società e poi propone l’aborto come mezzo di sviluppo economico nel terzo mondo o l’eutanasia nel mondo industrializzato per “aiutare” l”uscita dal mondo della produzione di chi non serve più e diventa solo un costo sociale (su un autorevole quotidiano c’è stato chi ha sollevato il dubbio tra assistere un anziano familiare o utilizzare le risorse necessarie per tale assistenza per gli studi universitari del figlio).

L’ALTERNATIVA Questo per dire che se ci si vuole con serietà opporre ad un modello tecnocratico che ha come unico scopo l’aumento della produzione con il minimo costo, impoverendo il Terzo e Quarto Mondo senza neppure arricchire l’Occidente ridotto a mera area di consumo, non è possibile farlo senza riferirsi a quei valori della cultura e della tradizione europea che contrappongono alla visione mercantile i diritti inalienabili dell’uomo e della natura. Una visione in cui diventi centrale la persona con le sue relazioni, che riconosca i diritti dei corpi sociali intermedi come la famiglia, che favorisca una reale partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica, che metta in discussione non solo l’esasperato consumismo da prodotto, ma anche quello dei rapporti personali che ne è figlio. Un modello possibile e realmente alternativo rispetto a quello americano, che consentirà all’Europa di crescere sulle solide basi della sua migliore cultura e che potrà essere seriamente proposto a chi vuole uscire dal tritacarne del turbocapitalismo.

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