I.P.S.E.G. | Istituto Piemontese di Studi Economici e Giuridici
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N.2 – Sciopero generale

N.2 – Sciopero generale

 

“…PARLARE DI LARGHI MOVIMENTI DI MASSA,
DI SCIOPERI E PERSINO DI SCIOPERI GENERALI
E’ MASSIMALISMO VACUO……..”
(Antonio Gramsci)

…………eppure i sindacati italiani non l’hanno ancora capito, desiderosi come sono di svolgere un ruolo politico che non è il loro, appiattendosi su un disegno personalistico di Cofferati che tenta la carta della leadership affidatagli dalla piazza. Così eccoci alle prese con uno sciopero generale che giustamente è stato definito “ABIETTO” poiché “libera senza necessità ………….collera popolare e violenza anticostituzionale” (G. Ceronetti, La Stampa 14-4-2002).

Non vogliamo ora limitarci a ricordare gli inutili disagi inflitti ai cittadini e la notevole distruzione di ricchezza che uno sciopero generale comporta, desiderando invece sottolineare la sostanziale strumentalità di una polemica tutta basata sulla vexata quaestio della riforma dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori proposta come “l’ultima spiaggia” della difesa dei diritti dei lavoratori, mentre tutti sanno che nella realtà dell’industria e dei servizi la tutela reale del posto di lavoro è cosa ormai superata, anche per l’incapacità del sindacato di cogliere le nuove dinamiche sociali in modo da esserne protagonista.

E’ storia vecchia, che deve farci risalire al 1968 ed alla stagione degli scioperi permanenti, quando il sindacato invece di capitalizzare il consenso che aveva nelle fabbriche divenendo un interlocutore pragmatico e realista di un progetto di sviluppo sostenibile (come per esempio ha saputo fare il sindacato tedesco), si è fatto strumentalizzare da logiche massimaliste – a servizio dell’allora partito comunista – che già Gramsci stigmatizzava negli anni trenta e che ora tenta antistoricamente di cavalcare nuovamente.

Dopo è iniziata la china calante che ha visto il sindacato perdere progressivamente immagine negli ambienti di lavoro, puntellandosi solo in forza di odiosi privilegi (c’è un’evidente questione morale nell’ambiente sindacale, ma nessuno ha voglia di porla, neppure gli industriali che hanno interesse a trattare con soggetti indeboliti da piccole e grandi cadute di stile), divenendo progressivamente sindacato di pensionati, che rappresentano oltre il 50% degli iscritti, quindi perdendo in concreto il contatto con l’ambiente di lavoro, sopravvivendo perché il potere politico cui è funzionale gli ha restituito le rendite di posizione che il popolo italiano con i referendum gli aveva tolto.

Così il sindacato ha “vivacchiato” quasi nel disinteresse di tutti, facendo passare leggi odiose come quella (però è del 1997, quindi di un governo “amico”….) che autorizza il lavoro in affitto sotto la più anodina espressione di interinale, disinteressandosi della gestione dell’efficienza nella gestione delle aziende, diventando così complice – per quanto riguarda la realtà piemontese – della distruzione del capitale umano e finanziario rappresentato da FIAT (ma possibile che nessuno nel sindacato si sia accorto che le notevoli capacità del Gruppo Fiat venivano progressivamente mortificate?) così come dell’azzeramento del polo bancario piemontese – l’unica voce fuori campo fu quella dell’imprenditore Cornelio Valetto – realizzato con il pieno accordo del sindacato, “addolcito” dal favorevole trattamento riservato ai suoi mandarini.

Qualcuno ha mai sentito il sindacato intervenire per pretendere maggiore qualità nei servizi ai cittadini nella sanità, nei trasporti, nella giustizia, nella scuola, ecc.?? Non sforzatevi: non è mai capitato; il sindacato ha sempre visto nella qualità non la naturale dignità del lavoro, di ogni lavoro, ma l’origine dell’odioso profitto che andava comunque impedito. In pratica il sindacato nel nostro Paese non si è mai sottratto alla prospettiva massimalistica, con l’effetto di mortificare le capacità e tutelare la pigrizia (si badi, anche degli imprenditori), con l’effetto di rendere un servizio ai propugnatori del liberismo più estremo, ben contenti di confrontarsi con un servizio pubblico inefficiente ed antieconomico, e di fare un favore a chi desidera un’ITALIA poco competitiva in Europa.

OGGI PIU’ CHE MAI: LIBERI DI PENSARE

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